7 Ottobre Ott 2017 1027 2 months ago

Dopo 30 anni la Carrera festeggia i trionfi dal 1984 al 1996

L’emozione di Imerio e Tito Tacchella e l’auspicio di Di Rocco per un ritorno a favore dei giovani

CARRER Asx Di Rocco Roche Tito Tacchella Boifava

«Eravamo una grande famiglia». Lo dice Stephen Roche, trent’anni dopo il suo anno magico, il 1987 (vittoria a Giro, Tour e Mondiale, impresa riuscita anche e solo a Eddy Merckx nel 1974). Lo confermano tutti i campioni che hanno vissuto i 13 anni di trionfi della Carrera di Tito e Imerio Tacchella e che sono intervenuti, nella sede dell’azienda a Caldierino, alla festa di questo anniversario. «La Carrera - dice Roche - era la Sky di adesso, la squadra numero 1 al mondo, ma con una importante differenza: qui c’erano persone brave e giuste, che lavoravano molto seriamente, ma con il giusto senso della vita. Insomma, non pensavano solo allo sport e 30 anni dopo quelle persone sono come allora».

Imerio Tacchella osserva: «E’ una grande emozione, dopo 30 anni, vedere ancora una "squadra" come era allora». E Tito Tacchella, che dice di «gustare più oggi, a tanti anni di distanza, il sapore di quelle vittorie perché allora si era sviati da tante cose da fare», parla di «una stella sopra di noi in quegli anni perché è stato tutto un susseguirsi di successi, tutti vincevano e ogni corridore era contento quando vinceva il suo compagno di squadra».

Gli episodi da raccontare sarebbero tanti. Eccone due: «Un giorno sono con Ghirotto, gli dico: Ghiro sei fortissimo, ma come palmarés sei a zero. Mi risponde che deve stare vicino a Bontempi, ordine di Boifava. Gli dico: domenica c’è il Gp Matteotti e io ti dico: vincilo. Lui lo vince e vince anche dopo». «Un giorno mi telefona Boifava: vieni qui che c’è un ragazzo interessante. Trovo un ragazzo timido che vorrebbe venire in Carrera. Boifava mi dice che va in salita e allora dico: siamo a posto, prendiamolo. Era Marco Pantani. Quando ha vinto la tappa del Giro a Merano, la sua prima vittoria, ero con Alberto Stizzoli in val di Non, sentiamo alla radio chi ha vinto. Dico: ma questo è uno dei nostri. Quasi mi ero dimenticato di lui. Giriamo la macchina e andiamo a Merano a festeggiare. Dico a Marco: beh, mi raccomando, adesso vinci ancora e lui fa il bis il giorno dopo sull’Aprica: lì è cominciata la sua leggenda».

Carreratorta

Tredici anni di successi, dal 1984 al 1996, due stagioni da n. 1 al mondo (1986 e 1987), poi l’uscita di scena. Perché? «Avevamo un progetto per un certo periodo. Avevamo costruito le squadre, anche quelle del 1986 e 1987, con costi contenuti, ben gestiti, ma quando sei al vertice e cominci a scivolare, se non hai certezze di risultati anche investendo di più, allora è meglio smettere. E poi il mondo, il ciclismo, stavano cambiando». Ora Renato Di Rocco, il presidente federale, allora segretario generale prima dell’Unione italiana professionisti («mai un problema, a parte quella volta che Visentini voleva correre la crono del giro con delle ruote con la pancia, bombate»), poi della Federciclismo, spera e si dice convinto che «i Tacchella e la Carrera, prima o poi, torneranno nel ciclismo, magari per darci una mano con i giovani».

Quella Carrera, con Davide Boifava alla guida tecnica, aveva sull’"ammiraglia" Sandro Quintarelli e l’abbraccio che ogni corridore ex Carrera gli riserva dice dell’affetto e della riconoscenza che ognuno ha verso questo tecnico riservato e competente. Claudio Chiappucci dice: «Il Quinta è l’uomo che mi ha sempre seguito e spronato, soprattutto nei momenti difficili. Senza nulla togliere a Boifava, era con lui che bastava un’occhiata per capirci e decidere cosa fare in un periodo in cui non c’erano le tecnologie complesse di oggi. Nella mia carriera, ho avuto tre momenti importanti: la maglia gialla che mi ha lanciato nell’orbita; la Milano-Sanremo, corsa impossibile per me, ma alla quale ho sempre creduto; la tappa del Sestriere al Tour con quella lunga fuga: tutti questi momenti li ho voluti e preparati al meglio e Quinta è testimone di come, ad esempio, avessi portato i compagni di squadra al Sestriere un mese prima, massacrandoli negli allenamenti».

Due veronesi hanno vissuto quegli anni in bicicletta: Francesco Rossignoli e Remo Rossi. «E’ stata - dice il primo - un’esperienza veramente bella. Sono stato in Carrera quattro stagioni, contribuendo alle vittorie nelle cronosquadre al Giro d’Italia 1987 e nel Giro di Svizzera. C’ero quando Zimmermann ha fatto 3° al Tour. Ho servito tanti capitani. Visentini è stato il più difficile perché andava per i fatti suoi: l’avevi a ruota e spariva, andava all’esterno e davanti». Gregario era anche Remo. «Con Chiappa e Pantani - ricorda - andavo molto d’accordo. Erano capitani che sapevano riconoscere i meriti dei gregari».

Renzo Puliero